Carlo Verdecchia
Nato in Abruzzo, formatosi all'Accademia di Belle Arti di Napoli alla scuola di Vincenzo Volpe e Paolo Vetri, Carlo Verdecchia ha legato per oltre mezzo secolo la propria pittura a una doppia matrice: l'Abruzzo arcaico dei buoi, dei contadini, dei chierichetti del Duomo di Atri, e la Napoli partenopea che lo accolse a diciassette anni e che mai più lasciò.
Verista, naturalista, tonalista: una pittura monumentale e umanissima, dove la mole scandita di un bue, il rosso di un chierichetto, l'imminenza del Gran Sasso valgono come simulacri di una terra millenaria.
Tre opere dall'archivio
La pittura
Tre chiavi di lettura per avvicinarsi all'opera di Carlo Verdecchia, tratte dagli scritti dei critici che lo hanno studiato.
La fedeltà al vero
Formatosi a Napoli alla scuola di Casciaro — che aveva mutuato da Michetti la tecnica del pastello dal vero — Verdecchia coltivò per tutta la vita una pittura attenta alla realtà. Quando accolse suggestioni esterne, lo fece «sempre con discrezione, senza intaccare quel robusto credo nei confronti del vero che lo ha sorretto per tutta la sua vita». — Giorgio Di Genova
Gli animali: un leit-motiv
I buoi e le mucche costituiscono un vero e proprio leit-motiv della sua pittura. Una passione nata nell'infanzia, seguendo il padre veterinario nelle visite ai poderi attorno ad Atri: «costantemente affascinato da quegli aiutanti dell'uomo nelle quotidiane fatiche contadine che sono appunto i "pii" buoi», li ritrae per sessant'anni con l'amore di chi li conosce dall'interno. — Giorgio Di Genova
Il colore
Un linguaggio in cui «il colore dispiega vibrazioni tutte interiori sino a costituire un compatto tessuto connettivo di paste solide e composite che trattengono cavità d'ombre e improvvisi fulgori». Col passare degli anni i tessuti cromatici si fanno più compositi e preziosi, «trasformandosi in veicoli di contenuti più sottili, catturati negli strati profondi dell'interiorità». — Carlo Munari
Biografia
«Stanno in Abruzzo, tutte qui, le cose che faccio.» — Carlo Verdecchia a Pasquale Scarpitti.
Ritratto fotografico · Atri, casa di via Grue
Carlo Verdecchia nasce a Casoli di Atri, in provincia di Teramo, il 9 ottobre 1905. Secondo di quattro fratelli, è sin da bambino attratto dalla possibilità di conferire forma alla materia: i monumentali calanchi che solcano il circondario montuoso di Atri gli forniscono l'argilla per i primi abbozzi di sculture. Il padre Giuseppe — veterinario, ma anche fine pittore di paesaggi e intagliatore di cornici — osteggia inizialmente tale vocazione del figlio, prevedendo le difficoltà di una simile scelta; gli trasmette però l'amore per gli animali della campagna, soggetti che il figlio ritrarrà per tutta la vita: buoi, mucche, cavalli, asini, che imparerà a riconoscere seguendolo bambino nelle visite ai poderi.
A diciassette anni lascia Atri per Napoli, dove si iscrive all'Accademia di Belle Arti. Sono suoi maestri Vincenzo Volpe e Paolo Vetri. Nella città partenopea è a lungo ospite del pittore Giuseppe Casciaro al Vomero: Casciaro aveva sposato una donna di Atri, Giovina Di Fabio, e lo stesso padre di Carlo, negli anni dei suoi studi di veterinaria a Napoli, aveva stretto con lui una solida amicizia. La palazzina dei Casciaro al Vomero è per il giovane Carlo come una casa-museo: vi circolano dipinti di Filippo Palizzi, di Domenico Morelli e di molti altri artisti italiani e stranieri, e la frequentano letterati, poeti, musicisti e giornalisti. Nel 1923 Antonio Mancini, ospite dei Casciaro in occasione della sua cittadinanza onoraria napoletana, disegna un guizzante ritratto di profilo del giovane Carlo, riconoscendovi i tratti dell'amico Francesco Paolo Michetti. Da Napoli Verdecchia non si muoverà più, pur tornando ogni estate nella casa avita di via Grue, ad Atri, a «dare sfogo» — come amava dire — agli accumuli abruzzesi di un anno partenopeo.
L'esordio milanese e gli anni delle Biennali
La prima personale è del 1929, alla Galleria Bardi di Milano in via Brera — dove due anni prima aveva esposto anche il padre Giuseppe. Carlo Carrà, recensendola su «L'Ambrosiano», individua nell'abruzzese «qualcosa di inebriante che gli fa perdere la misura», aggiungendo tuttavia che «ciò non deve stupire, trattandosi di un giovane artista ancora alle sue prime esperienze». Negli anni Trenta espone con regolarità alle Sindacali di Napoli, presentando opere come Vacca e vitello, Il carro, Famiglia e Ritorno; partecipa alle Mostre Intersindicali Nazionali del '33 (Firenze), '37 (Napoli) e '41 (Milano). Alla XX Biennale di Venezia del 1936 è accettato l'olio Le tre età; alla XXI del 1938 il ritratto Lo scultore Giovanni Tizzano; la XXIII del 1942 gli dedica una sala personale. Partecipa a tre Quadriennali di Roma consecutive (II, III, IV). Nel dopoguerra torna alla Biennale nel 1948 e alla VI Quadriennale ('51–'52) e alla VIII ('59–'60), espone al Maggio di Bari, alla Biennale Internazionale d'arte marinara di Genova del 1951, a Roma e Firenze nel 1954.
Nel 1941 sposa Augusta Patricolo, andando a vivere nello stabile di via Scarlatti 150, al Vomero, che non abbandonerà più. Dal matrimonio nascono la figlia Aurora (1943) e il figlio Giuseppe (1947). Dopo la Liberazione di Napoli, partecipa alla nascita della Libera Associazione di Artisti Napoletani: la Prima Mostra degli Artisti Liberi Napoletani si tiene nel novembre del 1944 alla Galleria Forti di via dei Mille, dove Paolo Ricci scrive in catalogo che «per gli artisti, come per tutti i lavoratori italiani, è necessario stabilire un'atmosfera di vera libertà per poter operare con gioia». Nel marzo del 1947 è tra gli invitati della Prima Mostra degli Artisti Vomeresi alla sezione vomerese del Partito Liberale Italiano, alla cui inaugurazione interviene Benedetto Croce.
A Napoli stringe un sodalizio ventennale con la Galleria Mediterranea, che gli dedica una serie di personali fra gli anni Cinquanta e Settanta. È fra i protagonisti, nel 1960, della mostra Sette maestri napoletani e, nel 1971, di Dieci maestri della scuola napoletana alla Galleria Diarcon di Milano. Riceve riconoscimenti al Premio Michetti, al Premio Posillipo, al Premio Villa San Giovanni, al Premio Capri (medaglia d'oro), alla Biennale Abruzzese de L'Aquila; è membro dell'Accademia Cherubini di Firenze.
L'insegnamento e l'ultimo periodo
Insegna disegno e figura prima all'Istituto d'Arte di Torre del Greco e poi all'Istituto d'Arte di Napoli, dove resta fino al 1976. Dagli anni Sessanta la tavolozza si schiarisce in un tonalismo dorato che la critica più avveduta — Pasquale Scarpitti, Carlo Munari, Luigi Manzi, Domenico Rea — accosta alla lezione degli schiaristi e di Pirandello. Muore ad Atri nel 1984. L'opera, ricondotta al suo posto nella storia dell'arte italiana del Novecento da Giorgio Di Genova e Isabella Valente, è oggi conservata e catalogata dall'Archivio Carlo Verdecchia.
Dipinti
«Fu Verdecchia un artista nel vero senso della parola, fedele a sé e alle sue tematiche, indenne da quegli sperimentalismi o quelle invenzioni retoriche che se non appoggiate a una scelta e a un mestiere precisi finiscono col divenire la più pesante delle ipoteche che le arti figurative pagano a nostro tempo.»
— Domenico Rea, Carlo Verdecchia e la sua terra infinita, Atri 1986
«Il suo linguaggio è magistralmente conchiuso nel segno della sintesi poetica. Sono questi gli artisti che hanno saputo conferire al proprio linguaggio una caratterizzazione assolutamente personale.»
— Carlo Munari, La pittura di Carlo Verdecchia, Napoli 1982






































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Incisioni
«Verdecchia fu anche dedito con profitto all'incisione, nel dopoguerra dette sfogo al suo temperamento istintivo che gli fece adeguare il robusto colorismo ad un'intensità di osservazione della realtà.»
— Giorgio Di Genova, Storia dell'arte italiana del '900, 1999
«Chi non sapesse che è stato un incisore e un abilissimo disegnatore lo può facilmente dedurre dalla vigoria del segno dei suoi dipinti.»
— Isabella Valente, Carlo Verdecchia 1905–1984, Francavilla al Mare 2010

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Disegni
«Dai primi disegni degli studi all'Accademia di Belle Arti, ancora attenti alla costruzione del corpo dei modelli, e quelli eseguiti durante il servizio militare, già più sensibili all'ambientazione, alle veloci annotazioni a matita, a china, anche acquarellate, non prive di certe vibrazioni atmosferiche tra barocche ed espressioniste.»
— Giorgio Di Genova, Carlo Verdecchia 1905–1984, Atri 1998
«Il disegno si affida per intero al bianco e al nero e al loro dispiegarsi dialettico. È il tramite più idoneo alla verifica dell'idea formale insorta nell'artista. Dell'artista si dischiude similmente a una confessione. Così è anche per Verdecchia, la cui energia creativa si scioglie in nudità.»
— Carlo Munari, La pittura di Carlo Verdecchia, Napoli 1982
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Esposizioni
Personali, collettive e antologiche ordinate per tipologia, dalla prima partecipazione del 1927 alle retrospettive postume.
Mostre personali
Grandi rassegne nazionali
Collettive, sindacali e antologiche
Retrospettive e antologiche
Critica
Una scelta di pagine dedicate a Carlo Verdecchia, dalla recensione milanese di Carlo Carrà del 1929 ai saggi più recenti di Giorgio Di Genova e Isabella Valente.
Verdecchia rimane l'attendibile testimone di una civiltà contadina d'arcaici tratti, ma la sua testimonianza si cadenza in un linguaggio nel quale confluiscono linfe culturali molteplici, attestando dell'artista la complessità degli interessi estetici. Pochi, come Verdecchia, hanno avuto tanta dimestichezza con una cultura sovrannazionale; e, per di più, pochi, come lui, si sono posti nei confronti di quella cultura con coscienza critica tanto lucida da evitare il rischio di restarne succubo.
Verdecchia, l'abruzzese, il laconico, è un artista (ed un uomo tutto di un pezzo) con il suo particolare linguaggio, con la sua sintassi (non si pensa né a Michetti né a D'Annunzio ma a Verga, al Verga de «I Malavoglia»), con la sua moralità tetragona. La geografia di Verdecchia è l'Abruzzo, la sua terra, un Abruzzo rozzo, primordiale, popolato di contadini, di pastori, di bovari, di birocciai, di cavalli, di bovi, di asini.
Verdecchia dette sfogo al suo temperamento istintivo che gli fece adeguare il robusto colorismo ad un'intensità di osservazione della realtà; al fondo manteneva sempre quel senso di drammaticità del vivere contadino, che talvolta rendeva rude anche il suo pennelleggiare, ma che nei casi meglio controllati davano sapore a una poetica ancora permeata delle stratificazioni del sociale.
Quei paesaggi monumentali, solenni ed immoti, quasi fuori del tempo, quelle figure umane, colte nella loro rudezza primitiva, ancorate saldamente alla fatica quotidiana, al lavoro dei campi che si svolge con la puntualità d'un rito millenario; quegli animali, tanti e diversi, ma soprattutto mucche e buoi, ritratti nell'imponenza della mole e nella robustezza dell'ossatura.
Siamo alla presenza di un pittore tutto preso dall'uomo e dalla natura, meglio, dall'uomo inserito nella natura come in un insieme rigoroso volumetrico, un unico insieme palpitante nel quale l'uomo diventa natura e, questa, sua condizione reale, storica, perché di sempre.
Pittore autentico che ha saputo, fin dagli inizi della carriera, legare alla prima e fondamentale intuizione visiva abruzzese l'apporto della cultura e della scuola della nostra città. E quanto deve all'esempio del suo conterraneo Filippo Palizzi, si ripropone in rinnovate fogge.
La sua pittura è impregnata di quella vita, poiché è cresciuta con lui, nel paesaggio, tra monte e mare, tra contadini con le loro bestie mansuete nella soda realtà palpitante, carica di umanità fatta di dolori e gioia. Una monumentalità concordante coi giganti rocciosi, con la maestà della natura immersa nel silenzio ed in un tempo che scorre lento.
Col valore tecnico pienamente raggiunge l'effetto artistico; e, con l'effetto artistico, il risultato nella espressione dei caratteri e dei sentimenti, soprattutto perché la sua pittura si mantiene totalmente schietta, senza elementi turbatori e intellettualistici. C'è fra lui e la sua terra abruzzese una specie d'affettuosa consonanza.
Verdecchia mi sembra avviato sulla strada del giusto sentimento della tradizione. La sua ultima pittura esprime come una gioia piena, completa, sensibile, d'espressione e rivela anche una pienezza di coscienza stilistica, una bene assimilata cultura figurativa che pongono l'artista abruzzese tra i più singolari della generazione media italiana.
Il naturalismo aggiornato di Verdecchia tende chiaramente ad una nuova visione del mondo contadino che non è più distaccato dal tessuto urbano ma si collega, attraverso canali visivi noti, allo «stress» dei nostri giorni. Bisogna lodare la coerenza di un artista che preferisce esprimere con sincerità i propri sentimenti senza ricorrere all'adulterazione.
I trentatré dipinti esposti alla Mediterranea hanno un respiro europeo, eppure son tutti legati all'umile realtà della campagna abruzzese o alla dimessa dolcezza d'una casa napoletana, aperta al sole e al profumo del mare.
L'opera di Verdecchia torna oggi a far parte integrante del tessuto storico dell'arte italiana, di un secolo che per troppo tempo ha tagliato fuori dalla conoscenza il suo nome come quello di tanti altri, che, al contrario, hanno fatto parte integrante di esso e delle sue dinamiche.
Bibliografia
Cataloghi monografici, scritti critici e articoli di periodici dedicati a Carlo Verdecchia, dal bollettino della Galleria Bardi del 1929 agli studi monografici più recenti.









Testimonianze dai principali volumi

Linea figurativa napoletana 1930–1980
«Di fronte alla pittura di Carlo Verdecchia subito s'avverte una profonda misura di civiltà. Si avverte che, in essa, sono andate depositandosi negli anni, nei decenni, i portati di una cultura non passeggera, non caduca, ma divenuta matrice, prima che di una modalità operativa, di un atteggiamento umano. D'origine abruzzese, Verdecchia ha custodito gelosamente le memorie della realtà contadina della sua terra meravigliosa ed aspra, e tuttavia non ai suoi esteriori sembianti egli s'è accosto, ma l'ha penetrata bensì con lucida intelligenza e, insieme, con trepidante amore filiale. Credo non sia affatto azzardato affermare che in ogni suo dipinto l'artista celebra un rito agreste: gesti antichissimi che si ripetono nella quotidianità; fatiche consumate sullo sfondo di un ambiente che pare immutato, selvatico e tenero insieme, e comunque indenne dalle contaminazioni tecnologiche e consumistiche; e sentimenti altrettanto antichi, i quali per la loro genuinità sanno di consistenza terragna. […]
Se impossibile è riassumere in una breve nota la vicenda di Carlo Verdecchia – la trama fitta delle sue ricerche, le scoperte e le esperienze – un dato tuttavia va evidenziato, il quale costituisce di essa il leit-motiv: la sua curiosità intellettuale, la sua deliberazione cioè di conoscere e approfondire i territori di una cultura riconosciuti affini e perciò irrinunciabili. A badar bene, ad inquisire oltre la scorza delle immagini, si comprende come Verdecchia certo non si sia limitato all'intelligenza di situazioni nostrane dai Macchiaioli, per dire, al naturalismo di Palizzi – ma abbia altresì scandagliato zone più ampie e più prossime nel tempo. Che cioè cubismo ed espressionismo non abbiano rappresentato per lui incontri appena casuali, che la loro sintassi, ed oltre la sintassi le loro motivazioni più interne e obbliganti, siano state meditate fino in fondo. Che inoltre taluni «costruttori» proposti dalla cultura moderna, da Cézanne a Permeke (e si noti l'ampiezza e la varietà degli interessi) abbiano avuto incidenza non lieve nella formazione dell'artista, il cui realismo appunto s'affranca da ogni limite locale. […]
Nel contesto della moderna pittura napoletana, Carlo Verdecchia si qualifica fra i più alti cantori della civiltà contadina. L'intera sua opera si scandisce sul ritmo di un'egloga che insorge da sostrati sacrali, attestando il legame che vincola l'artista a una terra, e agli uomini che in quella terra vivono, faticano, muoiono. Legame d'amore e d'intelligenza, legame di solidarietà partecipante e tuttavia escluso a passioni ideologiche, a settoriali giudizi. Un legame di sangue dal quale sortisce il fluido della verità poetica.»

La pittura di Carlo Verdecchia
«[…] Notare che Verdecchia s'innesta nel corso della moderna pittura napoletana di radice figurale significa fare constatazione esatta e tuttavia generica. E constatazione comunque restrittiva, giacché, se l'opera di Verdecchia dispone di connotazioni collocabili in un contesto di cultura autoctona – napoletana e, in senso più lato, meridionale – essa trattiene anche componenti che trascendono le geografie locali, per porla in diretta relazione con le esperienze vitali della contemporaneità.
Ciò per dire che Verdecchia costituisce un caso che sollecita estrema attenzione. Che sollecita soprattutto l'attribuzione di una dimensione senz'altro più ampia di quella in cui, forse per miopia critica, è stato troppo a lungo irretito.
In effetti Verdecchia rimane l'attendibile testimone di una civiltà contadina d'arcaici tratti, ma la sua testimonianza si cadenza in un linguaggio nel quale confluiscono linfe culturali molteplici, attestando appunto dell'artista la complessità degli interessi estetici. […]
[…] un artista che con immediatezza si sarebbe dovuto imporre giusto per il suo risoluto ripudio di ogni corruzione provinciale dei linguaggi: poiché ritengo che pochi, come Verdecchia, abbiano avuto tanta dimestichezza con una cultura sovrannazionale; e, per di più, che pochi, come lui, si siano posti nei confronti di quella cultura con coscienza critica tanto lucida da evitare il rischio di restarne succubo, di soggiacere a ipoteche che avrebbero infirmato il naturale evolvere del linguaggio. […]
Nella sua casa di Atri e nelle campagne attorno, fra il Gran Sasso che chiude l'orizzonte e l'Adriatico che s'allarga in luce gloriosa, Verdecchia si riconosce fin nell'ultima fibra poiché il suo ritmo interiore pulsa sul ritmo stesso di questo paesaggio in un'aria di eterno presente che abolisce gli stacchi del tempo e favorisce il ritorno alle fonti primigenie, cristallizzate del resto in ogni umana manifestazione, nelle imprese maiuscole che giganteggiano e in quelle umili e oscure che pur hanno lasciato traccia non fugace. […]
Dipinto dietro dipinto Verdecchia sembra ribadire una propria persuasione d'ordine mentale. Che la luce, allora, s'involi leggera, a pelo, si direbbe, delle superfici cromatiche – come accade ad esempio in certe vedute panoramiche di colline – o che s'innervi nel pigmento stesso accentuando la plasticità delle forme – come accade nelle rappresentazioni di uomini e di animali – o che svapori, infine, nell'immensità di un cielo che ha la scabra tessitura della terra o della roccia, sempre unitario è il governo dell'opera, e diretto a trasformarla in specchio di un supremo incantamento.
In tal modo, dinanzi all'osservatore, queste immagini si adergono in solenne monumentalità: come antichi affreschi emergenti da muri dimenticati, come vetuste raffigurazioni affioranti da indicibili lontananze e tuttavia attuali al punto da coinvolgerlo con immediatezza, da immetterlo nel cuore del rituale evocato. […]
[…] nella sua lunga vicenda Verdecchia ha dimostrato una applicazione assidua a tutti i livelli: emotivo, intellettuale e, appunto, morale. Solo così egli ha potuto conchiudere nell'opera un sostrato di humanitas tanto pregnante.
È l'humanitas che si identifica nelle figure dei contadini, dei pastori e dei carrettieri d'Abruzzo, in questo stuolo di umili e di anonimi colti in una fissità tanto stupefatta da rammemorare l'iconografia sacra di secoli remoti; che si identifica nelle case d'antica pietra sulle quali si sono stratificate intere storie di famiglie, un oscuro viluppo di destini; infine nei brani di un paesaggio dove aspri profili di monti e dolce declinare di colline e lembi estremi di mare, esaltati da solare luminosità, chiudono il teatro in cui, giorno dopo giorno, le esistenze si consumano in un inesausto intrecciarsi di fatiche e di speranze, di sofferenze e d'amore.»

Carlo Verdecchia e la sua terra infinita
«[…] Fu Verdecchia un artista nel vero senso della parola, fedele a sé e alle sue tematiche, indenne da quegli sperimentalismi o quelle invenzioni retoriche che se non appoggiate a una scelta e a un mestiere precisi finiscono col divenire la più pesante delle ipoteche che le arti figurative pagano a nostro tempo. […], di Napoli egli conservò nel tempo – anche quando si trasferì definitivamente ad Atri – gli accesi e assolati orizzonti, quelle tinte in cui l'ombra e la luce creano imponderabili assonanze e analogie. E furono questi i contrappunti da aggiungere e assemblare ad altre tematiche, quelle di un mondo arcaico e contadino rivisitato fra alberi e piante, paesaggi dell'anima e del rimpianto.
Verdecchia fu come Palizzi pittore bucolico. E avvertì con religioso stupore i caratteri di una terra la cui asprezza e la cui fatica possono trovare attimi di sospensione e di magica tregua. E in quelle campagne assolate, su cui una liquida pioggia di luce si ferma radente fra zolle e fronte a disegnare chiaroscuri e ombre, risentì quasi il frinire delle cicale e dei grilli, l'unica vita avvertibile nel chiarore meridiano. Spento il dolore che si paga alla campagna, spenta l'incertezza che ne fa dipendere il frutto dal contingente, restano le vacche (quelle stesse che da bambino vide con suo padre veterinario) a brucare l'erba, chine sotto alberi in fiore o già toccati dall'autunno.
Si prendano come esempio le tele che Verdecchia dedica a figure muliebri. Queste immagini attraversano e travalicano la nostra esperienza per farsi simbolo della femminilità. Chiuse nel loro universo non si danno pena di raccontarlo e piegano corpi adolescenti o membra già segnate dagli anni alla loro esperienza che proprio perché incomunicabile, diventa castissima e verginale. E le incontri all'improvviso, sotto un cielo acceso d'agosto, in un interno segreto, allo specchio, sul divano, a pettinarsi, a parlare, a dormire.»

Arte italiana contemporanea
«Verdecchia svolge la sua attività di pittore seguendo la spirale del Novecento la quale esprime il colore e la bonaria umanità. Questo vivere nel filone postimpressionista, senza tuttavia farsi investire da movimenti sperimentali del più moderno che negli anni '20 infiammarono gli animi di molti giovani artisti – può rappresentare un titolo di merito nel senso che il Verdecchia pur restando sulle rive del «moderno», ha tenuto a rappresentare se stesso, diciamo con una sorta di «poesia» del colore, alimentata dalla sua personale, connaturata, vocazione di pittore.
Verdecchia privilegia il mondo bucolico pervadendolo di tenera attenzione per mostrarcelo con dolcissimo amore, quasi a indicare quel «memento homo pulvere tu es…», dei sacri testi. Egli sa di sorgere dalla «buona terra» e come ogni creatura, a essa deve tornare, pertanto tutto ciò che all'epoca sua – o ad ogni epoca – vive, esso proviene dalla campagna: è là di fatto, dove germoglia la pianta, dove il sole infiamma le messi e la pioggia, casta e pura, le irrora; è là dove le bestie e con loro la gente, ritrova una sorta di santità che altrimenti, al di fuori di quei sacri luoghi, è smarrita.
In fondo, se potessimo immergere una sonda nel profondo e incognito magma di ogni creatura, cosa vi troveremmo se non la insuperabile fragilità dell'homo sapiens che niente può contro le ingiurie, le offese, le arroganze dei tiranni di questa lacrimosa valle?»

Storia dell'arte italiana del '900 — Generazione primo decennio
«Dal canto suo Verdecchia, che fu anche dedito con profitto all'incisione, nel dopoguerra dette sfogo al suo temperamento istintivo che gli fece adeguare il robusto colorismo ad un'intensità di osservazione della realtà, che, tolti alcuni momenti […], al fondo manteneva sempre quel senso di drammaticità del vivere contadino, che talvolta rendeva rude anche il suo pennelleggiare intriso di michettismo, ma pure di certo espressionismo che riusciva a ricompattarsi con esiti postimpressionisti, memori negli accenti grotteschi forse di Rouault (Figure al circo, 1960; La chiamata allo spettacolo, s.d.), mentre nei soggetti con mucche a riemergere erano memorie palizziane, con qua e là scarti verso esiti manciniani (Chierichetto, 1965; Chierichetti, s.d.). Tutti questi ingredienti erano tuttavia rielaborati dal pittore di Atri con una vigoria esecutiva che qualche volta rimaneva impigliata nel limbo della mancata decantazione necessaria, ma che nei casi meglio controllati davano sapore alla poetica di Verdecchia, ancora permeata, al di là delle scene di vita familiare, di quelle stratificazioni del sociale che avevano ispirato la temperie dei romanzi di Ignazio Silone.»

Carlo Verdecchia, 1905–1984
«[…] Essendo nato ad Atri ed essendosi formato a Napoli, dove divenne per di più sodale del pugliese Giuseppe Casciaro paesaggista che aveva mutuato da Michetti la tecnica del pastello, Carlo Verdecchia non poteva che coltivare una pittura attenta al vero, come appunto ha fatto per tutta la sua lunga attività, che trovò sensi nell'ambiente napoletano, dove ancor oggi, e in misura maggiore che non in altri centri, sopravvivono ed hanno fortune commerciali quelle istanze veriste discendenti dai succitati pittori affermatisi nella seconda metà dell'Ottocento con propaggini nel Novecento.
Con questo non si vuol dire che il pittore […] sia rimasto insensibile a certe folate che dall'estero o da altre parti dell'Italia di tanto in tanto spiravano sulla pittura figurativa, influenzando e modificando certi assetti espressivi. Tuttavia, quando ne ha accolto talune suggestioni, Verdecchia l'ha fatto sempre con discrezione senza intaccare più di tanto quel robusto credo nei confronti del vero che l'ha sorretto per tutta la sua vita. […]
Quello dei buoi e delle mucche costituisce un vero e proprio leit-motiv della pittura del Verdecchia animalista, un leit-motiv di presenze candide che, tuttavia, hanno ombre nella mucca pezzata di «Mungitura» del '63 e un totale buio ne «La vacca nera» del '77, un leit-motiv che conferma quanto il cordone ombelicale che legava Verdecchia al mondo delle sue origini sia rimasto intatto per tutta la vita, facendolo essere, almeno per quanto attiene ai soggetti, più pittore abruzzese che non napoletano. […]
In tutta la sua esistenza Verdecchia ha restituito attraverso le immagini della sua pittura le scene e la vita di tutti i giorni. La vita della terra che gli aveva dato i natali, la vita dei suoi cari, in una parola la vita che lo circondava […]. In questo rispecchiamento del suo io nel mondo esterno non poteva mancare una perscrutazione di sé stesso di fronte allo specchio reale. Ed infatti la sua produzione è costellata da una serie di autoritratti che progressivamente si snodano nel tempo, da quelli della giovinezza, ancora pregni di quell'esuberanza tipica nelle persone che covano grandi progetti, a quelli della maturità, più riflessivi, giù giù fino a quelli della vecchiaia, nei quali la temperie drammatica è magistralmente tutta condensata nell'acutezza interrogativa dello sguardo.»

Carlo Verdecchia, 1905–1984
«"Da solo ho lavorato il mio campo; m'era necessaria una ragione di vivere, ma non ho mai ingannato la pittura"; una celebre frase del "fauve" Vlaminck, richiamata a suo tempo dal critico Piero Girace in riferimento a Carlo Verdecchia. Girace riscontrava in questa riflessione il carattere del pittore abruzzese; io vi trovo il nerbo della poetica di un uomo che affronta la natura in solitudine, indaga fino allo stremo le sue strutture interne, ne cerca i motivi e le finalità, senza trovare risposta, ma accettandola infine così com'è. In solitudine conduce la sua ricerca, come i grandi maestri, come Cézanne, il riferimento più semplice, che indaga il paesaggio di Aix, come Vlaminck ed altri grandi del Novecento; da solo affronta le sue scelte – e le dirette conseguenze – lontano dalle vie più battute dai contemporanei, dal gusto di un più facile collezionismo, fuori dagli schemi ufficialmente riconosciuti dei nuovi indirizzi dell'arte (soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, se si pensa ad astrattismo, nucleare e informale), col rischio di esser tacciato, alla meno peggio, di pittore ancorato alla tradizione. La pittura di Verdecchia è sempre stata coerente con sé stessa, di un'onestà profonda, lontana anche dai convenzionalismi richiesti da un mercato (soprattutto partenopeo) sempre nostalgico della bella pittura ottocentesca. […]
Fra le due strade aperte all'indomani del secondo dopoguerra in Italia – all'interno del dibattito fra Astrattisti e Figurativi – Verdecchia rinnovava la scelta della seconda. Fu sempre pittore figurativo, aggiornando la propria cifra linguistica, ma rimanendo fedele ai luoghi semantici su cui estendere la propria indagine. Chi non sapesse che è stato un incisore e un abilissimo disegnatore lo può facilmente dedurre dalla vigoria del segno dei suoi dipinti. […]
Liberatosi dagli schemi del "ritorno all'ordine", la sua pittura equivale a un vero e proprio viaggio esplorativo del mondo che lo circonda, mantenendo come maggiore riferimento stilistico quella libertà espressiva dei componenti dell'École de Paris – Utrillo e Soutine – su cui sembra spesso riflettere. La pennellata si spoglia di ogni costrizione, per scivolare ora fluida ora grassa o per raggrumarsi in episodi materici; la forma perde il peso della rigidità strutturale di memoria novecentista per imprigionarsi in una trama di matrice espressionista. L'espressionismo, che nel suo caso equivale a un modo di sentire e di percepire il mondo esterno attraverso il proprio io, più che a un voluto rimando culturale a situazioni e gruppi d'inizio secolo, determina anche l'uso dei colori caldi, freddi, a volte estremi.»

Carlo Verdecchia, un maestro del Novecento
«[…] anch'egli [Carlo Verdecchia] aderì a quell'indirizzo fondato su un'unità di forma e di stile derivante dall'orientamento del gruppo intitolato Novecento, in cui si riconobbe l'arte italiana degli anni Trenta: composizioni equilibrate di oggetti e figure, ardite inquadrature, immobili figure tornite come statue, esaltazione dei valori plastici attraverso poche variazioni di tono e un utilizzo omogeneo della luce. Questo indirizzo, dichiaratamente italiano, fu inteso da Verdecchia in maniera del tutto personale, tanto da coniugarvi spesso un marcato uso espressionista della maniera pittorica oltre a dichiarati riferimenti ad altri movimenti europei. […]
All'indomani della seconda guerra, anche Verdecchia abbandonava questa strada intrisa di un riferimento tangibile al recente passato da dimenticare. Dà allora l'avvio ad un percorso personale: il segno si libera, il colore acquista una ritrovata luminosità. Senza tralasciare i riferimenti ad altri contesti moderni europei, si accosta alla sua terra, l'Abruzzo, prediletto nella scelta tematica, accanto a tutto ciò che gli è familiare, gli amici, la famiglia, gli oggetti quotidiani. Nasce un mondo poetico di cose e di luoghi raffigurato in tutti i suoi più intimi segreti. […]
La libertà del colore ricorda spesso i fauves, la struttura linguistica della composizione a volte Cézanne, il segno graffiante e nero certe soluzioni di Soutine, la pennellata rimanda ad echi espressionisti: a questi riferimenti colti, si aggiunge la percezione lirica della natura, il profondo sentimento con cui egli sente il mondo intorno a sé e su cui riflette.
Coerente con sé stesso fino alla fine, Verdecchia torna oggi a far parte integrante del tessuto storico dell'arte italiana, di un secolo che per troppo tempo ha tagliato fuori dalla conoscenza il suo nome come quello di tanti altri, che, al contrario, hanno fatto parte integrante di esso e delle sue dinamiche.»
Volumi monografici
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1982
Carlo Munari (a cura di), La pittura di Carlo Verdecchia, con testi di A. Schettini, P. Girace, P. Ricci, P. Palma, G. Grassi, C. Barbieri, P. Scarpitti, L. Manzi, G. Passarelli.
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1986
Domenico Rea, Carlo Verdecchia e la sua terra infinita, catalogo della mostra antologica, Atri, Palazzo Vescovile, 9–24 agosto 1986.
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1998
Giorgio Di Genova, Giancarlo Gigliotti, Giovanni Zunica, Carlo Verdecchia, 1905–1984, catalogo della mostra, Atri, Palazzo Ducale, 16 luglio – 16 agosto 1998.
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2010
Isabella Valente, Paola Del Cimmuto, Carlo Verdecchia, 1905–1984, catalogo della mostra, Francavilla al Mare, Museo d'Arte Contemporanea, Palazzo San Domenico, 24 luglio – 31 agosto 2010.
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2011
Isabella Valente, Carlo Verdecchia, un maestro del Novecento, catalogo della mostra, Rivisondoli, Polo Civico Museale, 28 dicembre 2011 – 10 aprile 2012.
Opere collettanee e cataloghi di mostra
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1929
«Bollettino d'Arte Galleria Bardi», Milano, a. II, n. 5, marzo 1929.
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1952
Carlo Verdecchia alla Galleria Lauro, catalogo della mostra, Napoli, 27 febbraio – 9 marzo 1952.
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1964
Carlo Verdecchia, catalogo della mostra, Galleria La Mediterranea, Napoli, 15–25 gennaio 1964.
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1970
Piero Girace, Artisti contemporanei, EDART, Napoli, 1970.
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1971
Rassegna di pittori napoletani contemporanei, a cura di G. Madonna, Napoli, 1971.
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1972
Carmine Ruju, Possibile ipotesi per una storia dell'avanguardia artistica napoletana, E.D.A.R.T., Napoli–Milano, 1972.
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1978
Alfredo Schettini, Cento pittori napoletani, vol. III, Sograme, Napoli, 1978.
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1978
Pasquale Scarpitti, «Un grande artista atriano: Carlo Verdecchia», in 8° Certame itinerante di poesia dialettale, Atri, 1978.
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1981
Carlo Munari, Domenico Rea, Carmine Ruju, Linea figurativa napoletana 1930–1980, Centro D'Arte Serio, Napoli, 1981.
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1992
Isabella Valente, voce su Carlo Verdecchia, in La pittura in Italia. Il Novecento, a cura di C. Sisi, Electa, Milano, 1992, pp. 1104–1105.
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1993
Antonio Calabrese, Michela Maiorino, Arte italiana contemporanea, La Ginestra, 1993.
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1996
Giorgio Di Genova, Storia dell'arte italiana del '900, generazione primo decennio, Edizioni Bora, Bologna, 1996.
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1998
Ultime atmosfere del Novecento italiano. La mostra di Cava del 1948, a cura di A. P. Fiorillo, Electa, Napoli, 1998.
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1999
Ottocento e Novecento, due secoli di pittura a Napoli, Galleria «La Mediterranea», Electa, Napoli, 1999.
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1999
Catalogo delle collezioni permanenti, Museo d'Arte delle Generazioni italiane del '900 «G. Bargellini», a cura di G. Di Genova, Bora, Bologna, 1999.
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2000
Arte a Napoli dal 1920 al 1945. Gli anni difficili, a cura di M. Picone, Electa, Napoli, 2000.
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2000
Isabella Valente, voce su Carlo Verdecchia, in Arte a Napoli dal 1920 al 1945, Electa, Napoli, 2000, p. 353.
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2005
Mariantonietta Picone Petrusa, La pittura napoletana del Novecento, Franco Di Mauro Editore, Sorrento, 2005.
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2005
Gaetano Cassese, voce su Carlo Verdecchia, in Picone Petrusa 2005, p. 522.
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2008
Antonio La Gala, Il Vomero dei pittori, Guida, Napoli, 2008.
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2010
Novecento, catalogo della mostra, Galleria Vincent, Stampa Cangiano, Napoli, 2010.
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2010
Isabella Valente, «Un secolo di "novecento"», in Novecento, catalogo della mostra, Galleria Vincent, Napoli, 2010.
Recensioni e articoli di stampa
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1935
Francesco Cangiullo, «Visita alla II Quadriennale d'Arte Nazionale. Panorama critico», Roma, Napoli, 14 giugno 1935.
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1937
C. Tridenti, «La Mostra Sindacale Nazionale di Belle Arti a Napoli», Il Giornale di Napoli, 16 ottobre 1937.
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1937
Alfredo Schettini, «I pittori alla II Mostra del Sindacato Belle Arti», Roma, Napoli, 12 ottobre 1937.
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1938
Alfredo Schettini, «XXI Biennale. Affreschi, ritratti e paesaggi», Roma, 7 giugno 1938.
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1942
Piero Girace, «Pittori napoletani d'oggi: Carlo Verdecchia», Roma della Domenica, giugno 1942.
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1946
P. R. [Paolo Ricci], «Verdecchia e Casciaro da Forti», La Voce, Napoli, 23 febbraio 1946.
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1946
F. Mannocchia, «Vetrina d'arte a Giulianova», Il Messaggero Abruzzo-Molise, 11 agosto 1946.
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1947
Filippo Girosi, «Carlo Verdecchia», Gazzetta delle Arti, [1947].
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1949
Piero Girace, «Elogio della pittura napoletana», Terrazza, 15 aprile 1949.
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1955
G. Pani, «Il successo della Mostra del pittore C. Verdecchia», Il Mattino, 16 novembre 1955.
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1955
Piero Girace, «Carlo Verdecchia alla "Mediterranea"», Roma, 16 novembre 1955.
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1955
A. Luchetti, «Verdecchia alla Mediterranea», Il Quotidiano, 16 novembre 1955.
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1955
«Note d'arte. Carlo Verdecchia», Corriere di Napoli, 19–20 novembre 1955.
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1955
P. G. [Piero Girace], «Carlo Verdecchia e Mario Cortiello», L'Unità, 18 novembre 1955.
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1958
Piero Girace, «Carlo Verdecchia alla "Mediterranea"», Roma, 20 novembre 1958.
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1958
Carlo Barbieri, «Note d'arte. Mediterranea e Medea», Il Mattino, 24 novembre 1958.
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1958
P. R. [Paolo Ricci], «Personale di Carlo Verdecchia», l'Unità, 23 novembre 1958.
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1958
Alfredo Schettini, «Note d'arte», Corriere di Napoli, 23 novembre 1958.
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1959
F. Raffaele, «Incontro col pittore Carlo Verdecchia», La Nuova Gazzetta, a. V, n. 2, febbraio 1959.
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1961
«Carlo Verdecchia nella panoramica della sua recente produzione», Rinascita Artistica, a. XV, n. 12, dicembre 1961.
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1961
P. R. [Paolo Ricci], «Note d'arte. Verdecchia, Venditti ed altri espositori», l'Unità, 16 novembre 1961.
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1961
Alfredo Schettini, «Carlo Verdecchia alla "Mediterranea"», Corriere di Napoli, 14–15 novembre 1961.
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1964
Piero Girace, «Verdecchia alla Mediterranea», Roma, 17 gennaio 1964.
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1964
Piero Girace, «Carlo Verdecchia e Alberto Sughi», Napoli notte, 15–16 gennaio 1964.
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1964
Carlo Barbieri, «Carlo Verdecchia alla Mediterranea», Il Mattino, 20 gennaio 1964.
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1964
A. Angelini, «Carlo Verdecchia alla Mediterranea», Il Quotidiano, 23 gennaio 1964.
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1964
Alfredo Schettini, «Cronache d'arte», Corriere di Napoli, 17–18 gennaio 1964.
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1966
Piero Girace, «Rassegna di opere di un forte pittore: il lirismo di Carlo Verdecchia», Roma, 18 febbraio 1966.
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1966
Alfredo Schettini, «Verdecchia alla Mediterranea», Corriere di Napoli, 19–20 febbraio 1966.
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1966
«Marcia artistica su Roma», l'Informatore, a. II, n. 4, marzo 1966.
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1968
«La forte personalità di Carlo Verdecchia», Napoli Notte, 5–6 marzo 1968.
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1969
«Galleria. Carlo Verdecchia», Rinascita Artistica, n. 1, gennaio 1969.
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1970
Piero Girace, «"I buoi e l'Abruzzo" di Carlo Verdecchia in una personale dell'artista», Roma, 11 febbraio 1970.
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1970
Alfredo Schettini, «Carlo Verdecchia», Corriere di Napoli, 15 febbraio 1970.
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1971
Enrico Marcone, «Coerenza di un pittore abruzzese: Carlo Verdecchia», L'Araldo Abruzzese, n. 13, 4 aprile 1971.
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1972
«Carlo Verdecchia alla Mediterranea», l'Unità, 18 gennaio 1972.
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1972
Pasquale Scarpitti, «I ritorni di Carlo Verdecchia», Il Mezzogiorno. Quotidiano d'Abruzzo, 13 settembre 1972.
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1972
Alfredo Schettini, «Carlo Verdecchia alla Mediterranea», Corriere di Napoli, 15–16 gennaio 1972.
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1974
P. G. [Piero Girace], «Verdecchia alla "Mediterranea"», l'Unità, 29 gennaio 1974.
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1977
Pasquale Palma, «Ritorno di Verdecchia a Napoli con una "personale"», Gazzetta di Salerno, 14 aprile 1977.
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1978
Luigi Manzi, «Carlo Verdecchia», Quadrante delle arti, n. 1–2, gennaio 1978.
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1982
Marco Bonuomo, intervista con Carlo Verdecchia, Il Mattino, Napoli, 16 dicembre 1982.
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1982
Domenico Rea, «Una pittura fatta di terra», Il Mattino, 25 novembre 1982.
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1984
Domenico Rea, «Ricordo di Carlo Verdecchia a due mesi dalla scomparsa», Il Mattino, 28 maggio 1984.
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1991
A. Di Felice, «Omaggio a Carlo Verdecchia», Il Tempo Abruzzo, 17 gennaio 1991.
Contatti
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